L'Armenia al bivio tra Russia e Occidente e altre storie poco raccontate
In Serbia c'è stata una nuova protesta studentesca, Trump ha blindato gli Stati Uniti, il clima al centro dell'agenda politica internazionale e la missione spaziale congiunta Cina- Europa
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Il nostro obiettivo è recuperare insieme alcune notizie della scorsa settimana che, nel flusso costante di informazioni, potresti esserti perso/a ma che, secondo noi, meritano attenzione. Nello scorso numero vi abbiamo raccontato di come, secondo una nuova legge talebana, il silenzio di una bambina possa valere come consenso a sposarsi, della direttiva europea che riprende il DDL Zan e di molto altro.
Oggi partiamo dall’Armenia, dove le elezioni del 7 giugno decideranno se il Paese si avvicinerà all’Occidente o tornerà sotto l’influenza russa. Vi raccontiamo anche delle nuove manifestazioni studentesche in Serbia contro il governo.
Ci spostiamo poi negli Stati Uniti e vi parliamo della politica del presidente Donald Trump per evitare che l’epidemia di Ebola si diffonda nel paese. Spazio poi a una storica risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico. Infine, la prima missione spaziale lanciata da Cina ed Europa.
Buona lettura!
1.Perché le elezioni in Armenia non sono (soltanto) una questione interna – A cura di Costanza Saporito

Il 7 giugno in Armenia si terranno le elezioni legislative per scegliere i componenti della prossima Assemblea nazionale. La campagna elettorale, molto polarizzata sul fronte interno, è guardata con attenzione anche dalla comunità internazionale, perché da tempo l’Armenia si trova al centro di una tensione geopolitica tra Russia e Occidente.
Per capire perché, bisogna tornare al 2018, quando, in seguito alla rivoluzione di velluto che portò alle dimissioni del presidente di lungo corso Serzh Sargsyan –tradizionalmente allineato a Mosca–, divenne primo ministro Nikol Pashinyan, leader del Civil Contract Party, fautore di una svolta filooccidentale.
Nel 2013, durante la presidenza Sargsyan, l’Armenia aveva rifiutato l’accordo di associazione con l’Unione europea, aderendo, invece, all’Unione Economica Eurasiatica, uno spazio di libera circolazione di merci, capitali e persone tra alcuni paesi ex sovietici creato dal Presidente russo Vladimir Putin. La permanenza nell’UEE ha finora garantito all’Armenia vantaggi concreti, soprattutto in ambito energetico: forniture di gas russo a prezzi preferenziali e accesso a un mercato di sbocco per le proprie merci.
Con l’avvento di Pashinyan, tuttavia, l’avvicinamento all’Europa è diventato sempre più evidente e, nella primavera 2025, il parlamento armeno ha perfino approvato una legge che vincola il governo a perseguire l’integrazione con l’Ue. Lo scorso maggio, inoltre, si è tenuto a Yerevan il primo vertice Ue-Armenia della storia, durante il quale i ventisette hanno riconosciuto ufficialmente le aspirazioni europee del popolo armeno.
In questo quadro si inserisce anche il rapporto con gli Usa. Il 26 maggio, il Segretario di Stato statunitense Marco Rubio è volato a Yerevan dove i due paesi hanno firmato un partenariato strategico globale, un accordo quadro sul TRIPP –il progetto infrastrutturale promosso dal Presidente degli Usa Donald Trump per connettere Medio Oriente, Caucaso e Asia centrale –e un memorandum su minerali critici e terre rare. Negli stessi giorni Trump ha espresso il proprio «pieno e totale sostegno» a Pashinyan, definendolo «grande amico e leader» e incoraggiando i cittadini armeni a «Make Armenia Great Again». Un endorsement senza precedenti, se si pensa che è la prima volta che un presidente americano appoggia pubblicamente un candidato in un paese che si trova, di fatto, nella sfera d’influenza russa.
La Russia, nel frattempo, sta agendo su più livelli. Da una parte cercando di influenzare le elezioni attraverso il sostegno accordato all’opposizione armena, in particolare alla Strong Armenia Alliance, il cui leader, il miliardario russo-armeno Samvel Karapetyan, secondo il Dossier Center di Khodorkovsky e The Insider –entrambe testate giornalistiche russe indipendenti–, sarebbe legato direttamente a Putin. Dall’altra, facendo leva sulla dipendenza economica dell’Armenia e minacciando restrizioni all’importazione dei suoi beni.
In particolare, la scorsa settimana Mosca ha minacciato di denunciare l’accordo del 2013 sulle forniture di gas, mentre al vertice UEE di Astana, lo scorso 29 maggio, gli Stati membri hanno chiesto all’Armenia di indire un referendum per chiarire la propria collocazione geopolitica, avviando allo stesso tempo una revisione formale della permanenza del paese nel blocco che potrebbe portare alla sospensione del suo status di membro entro fine anno. Il ministro degli esteri armeno Mirzoyan si è limitato a dichiarare che Yerevan resta interessata a preservare normali rapporti con la Russia.
Le elezioni di giugno non sono quindi soltanto una questione interna. La vittoria dell’uno o dell’altro fronte implicherà una scelta di campo: da una parte la svolta occidentale ed europeista, dall’altra il definitivo ritorno di Yerevan nella sfera di influenza russa.
2.In Serbia gli studenti sfidano il sistema- A cura di Costanza Saporito
Sabato 23 maggio, a Piazza Slavija, a Belgrado, al termine di una nuova giornata di proteste antigovernative, alcuni studenti hanno letto i versi di Ljubomir Simović, scrittore serbo noto per la sua battaglia contro l’oppressione: «Mi alzerò, calpestato, schiacciato, oppresso, contro eserciti d’acciaio, con una spada di legno».
Nel pomeriggio una grande folla di studenti e cittadini arrivati da ogni parte della Serbia aveva riempito una delle piazze più grandi della città. Tra 180.000 e 190.000 persone secondo l’Archivio delle manifestazioni pubbliche – un’organizzazione indipendente che stima le affluenze –poco più di trentaquattromila secondo la polizia. In ogni caso una delle manifestazioni più partecipate nel paese dagli anni Novanta, nonostante il presidente Aleksandar Vučić – che governa dal 2012 e che i suoi oppositori definiscono apertamente autoritario– abbia dichiarato che la manifestazione «è fallita», definendo le stime sulla partecipazione «ottimistiche».
Contro il suo governo protestano, da più di un anno, gli studenti universitari. Da quando, il primo novembre 2024, a Novi Sad, città nel nord della Serbia, il crollo di una pensilina in una stazione ferroviaria ha provocato la morte di sedici persone, tra cui un bambino di sei anni.Quello che a un primo sguardo potrebbe sembrare un incidente è stato interpretato da gran parte della popolazione serba come l’esito fatale di anni di corruzione e appalti assegnati senza trasparenza. La reazione dei più giovani è stata immediata: occupazioni e blocchi nelle università hanno dato vita a un movimento che si è gradualmente trasformato, abbandonando le rivendicazioni immediate e strutturandosi come forza politica che punta alle elezioni anticipate (per approfondire qui). Le elezioni comunali del 29 marzo sono state il primo banco di prova: il Partito Progressista Serbo – il partito di Vučić – ha vinto ovunque, ma in alcuni distretti le liste studentesche hanno raggiunto il trenta per cento dei voti.
In questo contesto, la manifestazione del 23 maggio segna un ulteriore passo avanti. Per la prima volta gli studenti hanno presentato pubblicamente alcuni punti del loro programma, dalla sanità all’economia. Sette giorni prima avevano adottato un memorandum sul Kosovo –la regione a maggioranza albanese che ha dichiarato l’indipendenza dalla Serbia nel 2008 e che Belgrado non riconosce – da decenni la questione più divisiva della politica serba.
Gli studenti sono oggi l’unica forza politica in cui una parte della popolazione serba, delusa dai partiti tradizionali, ripone fiducia. Il movimento, tuttavia, non è privo di tensioni interne: soprattutto tra chi ambisce a entrare nelle istituzioni e chi teme che farlo significhi diventare parte di quel sistema che si vorrebbe cambiare.
3. Trump blinda gli Stati Uniti per impedire l’ingresso del virus Ebola - a cura di Silvia Sisto
L’epidemia di Ebola in corso nell’Africa centrale è la più preoccupante degli ultimi anni: oltre 1000 casi sospetti, 246 morti, e un ceppo, il Bundibugyo, per cui non esistono vaccini né terapie approvate. Il 17 maggio l’OMS ha dichiarato l’emergenza sanitaria internazionale.
In questo scenario, merita particolare attenzione la strategia del presidente americano Donald Trump, del tutto coerente con la dottrina America First. Obiettivo? Tenere il rischio contagio fuori dai confini territoriali.
Il 19 maggio i CDC Centers for Disease Control and Prevention (Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie) hanno sospeso il diritto di ingresso negli Stati Uniti ai cittadini stranieri che negli ultimi 21 giorni si trovavano nelle aree colpite, Uganda, Repubblica Democratica del Congo e Sudan del Sud. Il provvedimento è stato giustificato con la necessità di proteggere la salute americana.
La misura americana ha sollevato critiche immediate da parte di Africa CDC, l’agenzia per la salute pubblica dell’Unione Africana. L’organizzazione non contesta il diritto di ogni governo a proteggere la propria popolazione, ma mette in guardia contro l’uso delle restrizioni ai viaggi come strumento principale di risposta sanitaria.
Ma il capitolo più controverso riguarda i cittadini americani stessi. La settimana scorsa la Casa Bianca si è opposta al rientro negli Stati Uniti del medico americano Peter Stafford, esposto al virus mentre lavorava in Congo, che è stato trasferito in Germania. Un secondo medico missionario, Patrick LaRochelle, è stato invece trasferito in un ospedale di Praga. Una decisione che desta preoccupazione, perché potrebbe scoraggiare molti medici dal partire per fornire cure e assistenza.
E ora l’amministrazione americana pensa di aver trovato una soluzione. Anziché far rientrare i cittadini americani esposti al virus negli Stati Uniti, Washington ha ottenuto il via libera del governo keniota per costruire un centro di quarantena presso la base aerea di Laikipia, nel Kenya centrale, vicino al confine con l’Uganda.
Il piano però sta incontrando forti resistenze. L’Istituto Katiba, una organizzazione keniota per i diritti costituzionali, ha impugnato il provvedimento in tribunale, e un giudice dell’Alta Corte ha emesso un ordine temporaneo secondo il quale nessun paziente sarà accolto nel Paese fino a nuova ordinanza e la struttura sarà sospesa, in attesa della prossima seduta fissata per il 2 giugno. La sospensione è stata disposta proprio nel giorno in cui i funzionari statunitensi avevano comunicato che la struttura, con una capacità di 50 pazienti, sarebbe entrata in funzione.
4. Il clima torna nell’agenda politica internazionale - A cura di Alice Pavarotti
Vi avevamo già parlato di clima in un numero precedente: ad aprile abbiamo raggiunto il livello di CO₂ nell’atmosfera più alto mai registrato. Il cambiamento climatico sembra essere scomparso dai titoli dei giornali, eppure è tornato al centro dell’agenda politica internazionale.
L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha infatti adottato una risoluzione storica: 141 paesi hanno votato a favore, 8 contro (tra cui Stati Uniti, Russia, Arabia Saudita e Iran) e 28 si sono astenuti. Il testo afferma che contrastare il cambiamento climatico non è più una scelta politica volontaria, ma un obbligo giuridico degli Stati. La risoluzione conferma il parere consultivo che la Corte Internazionale di Giustizia aveva emesso nel luglio 2025: chi non rispetta gli impegni climatici commette un atto “illecito”, e i paesi che subiscono danni potrebbero teoricamente chiedere indennizzi. Pur non essendo vincolante, i giudici di tutto il mondo stanno già iniziando a citarla nelle sentenze in materia climatica.
A presentarla è stata Vanuatu, piccolo arcipelago del Pacifico. Il suo ambasciatore all’ONU, Odo Tevi, ha spiegato: “Il danno è reale ed è già presente, lungo le nostre isole e coste, per le comunità che affrontano la siccità e i cattivi raccolti.” Vanuatu emette meno dello 0,01% delle emissioni globali, eppure è tra i paesi più minacciati dall’innalzamento dei mari: nei prossimi anni potrebbe quindi trovarsi ad affrontare gravi problemi legati alle migrazioni climatiche. Come ha detto il segretario generale dell’ONU António Guterres: “I meno responsabili del cambiamento climatico stanno pagando il prezzo più alto. Questa ingiustizia deve finire.”
La risoluzione arriva in un quadro di dati preoccupanti: l’Organizzazione Meteorologica Mondiale stima che ci sia una probabilità del 75% che la temperatura media del periodo 2026-2030 superi la soglia di 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali, il limite fissato dall’Accordo di Parigi del 2015. È anche molto probabile, al 91%, che almeno un anno in questo quinquennio superi quella soglia. Il 2027 è considerato il più a rischio: gli esperti prevedono la formazione di un forte episodio di El Niño, il fenomeno naturale che scalda le acque del Pacifico e fa impennare le temperature globali, che potrebbe protrarsi fino al 2028. “El Niño va e viene”, spiega la climatologa Friederike Otto dell’Imperial College di Londra. “Il cambiamento climatico, al contrario, peggiora finché non smetteremo di bruciare combustibili fossili.”
Il clima, forse, non fa più notizia. Ma i numeri continuano ad aggiornarsi e non nel verso giusto.
5. E’ stata lanciata SMILE, la prima missione spaziale di Europa e Cina - a cura di Silvia Sisto
Nella nuova corsa allo spazio, segnata dalla competizione tra grandi potenze, una missione spaziale realizzata congiuntamente da Cina ed Europa era tutt’altro che scontata.
Eppure, il 19 maggio, alle 05:52 ora italiana, dal Centro Spaziale di Kourou in Guyana Francese, è partita SMILE (acronimo di Solar Wind Magnetosphere Ionosphere Link Explorer) la prima missione sviluppata alla pari tra l’Agenzia Spaziale Europea e l’Accademia delle Scienze cinese.
La missione punta a osservare le interazioni tra il vento solare e il campo magnetico terrestre, un fenomeno in cui alcune particelle del vento solare emettono raggi X quando interagiscono con gli atomi presenti nelle regioni esterne dell’atmosfera terrestre.
SMILE si muoverà su un’orbita molto lunga: si allontanerà fino a 121.000 chilometri dalla Terra sopra il Polo Nord, per poi rituffarsi a soli 5.000 chilometri di distanza dal pianeta.
La durata prevista della missione è di circa tre anni.
A bordo, due occhi puntati sulla Terra come mai successo. Il primo è una telecamera ai raggi X, unica nel suo genere, capace di fotografare direttamente lo scudo magnetico del pianeta. Il secondo è una telecamera ultravioletta, progettata per inseguire le aurore boreali per 45 ore consecutive. È proprio da queste immagini che gli scienziati si aspettano di vedere materializzarsi per la prima volta quel sorriso stilizzato ai raggi X e che dà il nome alla missione.
A portare SMILE in orbita è stato il Vega C, il lanciatore europeo costruito in Italia da Avio (azienda aerospaziale italiana), al suo 29esimo lancio.
Il lancio era stato rinviato rispetto alla data originale del 9 aprile a causa di un problema tecnico individuato nella produzione di un componente di un sottosistema, poi risolto.
Carole Mundell, a capo del direttorato per la Scienza dell’ESA, ha sottolineato come SMILE dimostri l’importanza della cooperazione internazionale. Ma Hu Haiying dell’Accademia delle Scienze cinese ha precisato che al momento non esistono altri programmi congiunti già pianificati tra Europa e Cina.
SMILE rimane, almeno per ora, un’eccezione. E proprio per questo vale la pena raccontarla.
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Buon inizio settimana! Ci ritroviamo qui lunedì mattina.








Molto interessante questa newsletter